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La rivoluzione dello smart working? Chiedetelo a un trader e a una nomade digitale

In questi mesi di pandemia si sta facendo un gran parlare dello smart working (talvolta confuso con il più riduttivo home working).

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali traccia i confini dello smart working definendolo: “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

La definizione di smart working, contenuta nella Legge n. 81/2017, pone l’accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l’accordo individuale e sull’utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone).

Ai lavoratori agili viene garantita la parità di trattamento – economico e normativo – rispetto ai loro colleghi che eseguono la prestazione con modalità ordinarie. È, quindi, prevista la loro tutela in caso di infortuni e malattie professionali, secondo le modalità illustrate dall’INAIL nella Circolare n. 48/2017″. Ministero del Lavoro e della Politiche Sociali.

Lo smart working, grazie al web, consente di lavorare non solo da casa, ma in qualunque parte del mondo. L’impiego di internet dall’inizio degli anni 2000 ha iniziato a fornire l’opportunità di lavorare senza recarsi in un ufficio ma fino ad oggi questa modalità lavorativa ha avuto barriere culturali, prima che tecnologiche, difficili da superare.

Io lavoro in smart working dal 2003: il trading è uno di quei lavori che può essere fatto in qualunque luogo, purché con una buona connessione internet. Negli anni a seguire oltre a fare il trader ho ricoperto anche altri ruoli come amministratore, advisor, gestore potendomi permettere la flessibilità di andare in ufficio non più di uno o al massimo due giorni a settimana. Vivo quindi pregi e difetti dello smart working da quasi un ventennio.

Partiamo con il raccontarne i pregi:

  1. i vantaggi iniziano all’alba: non avete bisogno di alzarvi mezz’ora (o in molti casi anche un’ora) prima per andare in ufficio;
  2. potete lavorare da casa oppure dal giardino, dalla piscina o in giro per il mondo. Con internet e app varie potrete fare call conference, meeting, telefonate, rispondere alle email senza spostarvi da casa.
  3. Risparmierete diverse ore del vostro tempo ogni settimana che potrete dedicare a fare altro (svago, casa, famiglia, …).
  4. Risparmierete soldi in spostamenti, pranzi e caffé vari.
  5. Nel complesso minor stress e aumento della produttività.
  6. Lavorare talvolta dalla piscina, dalla spiaggia, dalla montagna o in giardino sarà sempre lavoro ma la qualità di vita sarà leggermente migliore e sentirete meno lo stress.

Il rovescio della medaglia esiste e sono aspetti che mutano in base alla composizione famigliare e all’età:

  1. se siete single, sposati senza figli o con figli adulti la vostra produttività sarà massima, anche maggiore di quella in ufficio, perché si tende a non staccare mai. Diventa difficile separare lavoro e quotidianità casalinga perché il pc finisce con l’essere sempre acceso sul desk (talvolta mi è capitato di portarmi il pc acceso anche al ristorante…). Se avete figli tra gli 0 e i 12 anni la produttività sarà minore ma non sarà inferiore a quella dell’ufficio. Lo stress però sarà molto alto: la vivacità dei figli tra urla, pianti, risate e giochi vi porterà a mal tollerare il lavoro casalingo e sentire il bisogno di uscire per evadere.
  2. lavorare da casa può risultare alienante per chi non ha occasione, come il sottoscritto, di viaggiare molto o di partecipare ad eventi e meeting. Diciamo però che col covid di questo molti potrebbero non sentirne troppo la mancanza.

Oltre a questi lati meno edificanti dello smart working, che toccano la sfera personale, la sua diffusione è stata rallentatata negli anni da qualche ritardo tecnologico: la copertura di una buona rete internet non è certo uno dei punti di forza dell’Italia, le connessioni di casa lasciano spesso a desiderare. Gli hotel solo recentemente hanno iniziato ad offrire internet gratuito e con connessioni almeno decenti mentre all’estero da almeno 10 anni basta infilarsi in uno Starbucks e trovare spesso un ambiente di lavoro confortevole. La situazione è comunque nettamente migliorata rispetto a una quindicina di anni fa. Ricordo di una mini vacanza a Barcellona, nel 2006, in cui mi portai per due giorni appresso il portatile, pesantissimo rispetto a quelli attuali, e dovetti perdere un’ora per trovare un internet point per potermi collegare, controllare alcune posizioni e spedire un paio di email. Ora con smartphone, mini pc, tablet, coperture wifi quasi totali e abolizione del roaming questi problemi sono ridotti al lumicino, siamo sempre connessi e mi è capitato non solo di lavorare ma anche di fare collegamenti streaming con la televisione Class CNBC da spiagge o in hotel a Singapore.

Chiaramente il fatto che milioni di persone non si spostino più per andare in ufficio dal lato dei datori di lavoro porta pure dei benefici (produttività pari o superiore, minore costi per rimborsi spese, minoi costi per strutture ed uffici) ma anche resistenze da parte di alcune lobby: pensate ai minori costi dei trasporti pubblici, benzina, autostrade, ai taxi, ai bar, ristoranti che rimarranno più vuoti, specialmente vicino ai grossi centri finanziari e agli uffici. Il covid19 ha improvvisamente accelerato un mutamento radicale del mondo del lavoro, che potrebbe in molti casi diventare definitivo. Già in molte città, da Londra a NY, si ipotizza che ci sarà uno svuotamento dei grandi palazzi col rischio che, scomparendo migliaia di lavoratori pendolari, chiudano anche bar, ristoranti, negozi, supermarket e crollino i prezzi degli immobili.

Chi dello smart working ha fatto una filosofia di vita e meglio di tutti può raccontarlo soprattutto alle nuove generazioni sono due ragazzi: Daniela e Luca che si definiscono due nomadi digitali. Daniela lavora per SIAT (Società Italiana Analisi Tecnica) e così si racconta sui suoi social:

“Ma come siete diventati dei nomadi digitali?” Questa è sicuramente una delle domande che ci viene posta più spesso. 

Beh, entrambi eravamo già contractor per clienti che coprivano circa l’80% delle nostre entrate (tipo dei dipendenti non dipendenti).
Andavamo nel loro ufficio ogni giorno, ma non era essenziale che il nostro lavoro fosse svolto da lì

Presa la decisione di partire comunicammo loro di voler lavorare esclusivamente da remoto, ovviamente dopo aver garantito loro che saremmo stati reperibili in fuso orario italiano, indipendentemente da dove ci saremmo trovati nel mondo, e che avremmo mantenuto alta la qualità del nostro lavoro

Detto fatto. Messa casa in affitto salimmo su quel volo direzione Thailandia. Nessun rimorso. Mai.

Daniela e Luca hanno viaggiato (e lavorato) da ogni angolo del globo negli ultimi anni: dall’Asia agli States. Ora hanno appena sistemato un van col quale si sono posti l’obiettivo di raggiungere l’Australia; vivono e lavorano sempre in viaggio. Potete seguire le loro avventure da nomadi digitali dai loro account social:

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